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Bhagavad-Gita 2.20 — Hyderabad, 25 novembre 1972

Questo desiderio di “Mi fonderò nell’esistenza di Dio, diventerò uno”… Proprio come l’esempio di “Sono una goccia d’acqua, Mi mescolerò nel grande oceano percui diverrò oceano.” Questo esempio è generalmente dato dai filosofi māyāvādī. La goccia d’acqua mescolata con l’acqua dell’oceano diventano uno. Questa è solo immaginazione. Ogni acqua è molecolare. Ci sono tante parti molecolari individuali. A parte questo, supponiamo voi vi mescoliate con l’acqua, che vi fondiate nell’esistenza del Brahman, o il samudra, il mare o l’oceano. Poi di nuovo dovrete evaporare, perché l’acqua evapora dal mare e diventa nuvola e ricade a terra, e scende di nuovo al mare. Accade così. Questo si chiama āgamana-gamana, tornare e nuovamente miscelarsi. Qual è quindi il vantaggio? Ma la filosofia vaiṣṇava dice che noi non vogliamo mescolarci con l’acqua; vogliamo diventare un pesce nell’oceano. Questo è molto appropriato. Se si diventa pesce, un pesce grosso o un piccolo pesce non importa, se si va nell’acqua in profondità allora non c’è più evaporazione. Rimanete. Allo stesso modo il mondo spirituale, la radiosità del Brahman, nirbheda-brahmānusandhi. Cercare di fondersi nell’esistenza del Brahman non è molto sicuro. E’ spiegato nello Śrīmad-Bhāgavatam: vimukta-māninaḥ. Vimukta-māninaḥ (SB 10.2.32). Loro pensano: “Ora che mi sono fuso nella radiosità del Brahman sono al sicuro.” No, non è sicuro. Perché è detto: āruhya kṛcchreṇa paraṁ padaṁ tataḥ patanty (SB 10.2.32). Anche dopo grandi austerità e penitenze ci si può elevare, paraṁ padam, ed essersi fusi nella radiosità del Brahman, tuttavia da lì si cade. Si cade perché l’anima spirituale è ānandamaya come Krishna, o l’Assoluto, la Persona Suprema, che è ānandamayo ‘bhyāsāt (Vedanta-sūtra 1.1.12), sac-cid-ānanda-vigrahaḥ (Bs. 5.1), e semplicemente fondendosi nell’esistenza del Brahman non si può diventare ānandamaya. Proprio come andare molto in alto nel cielo. Rimanere nel cielo non è vero ānandamaya; se è possibile prendere rifugio in qualche pianeta, allora è ānandamaya. In caso contrario, è necessario tornare ancora su questo pianeta.. Quindi senza varietà, nirviśeṣa, non ci può essere alcun ānanda. La varietà è la madre del divertimento. Disgustati da queste varietà materiali si cerca di azzerarle o si tenta di rendere queste varietà impersonali, ma ciò non ci darà l’esatto piacere trascendentale. Ma se potete raggiungere la radiosità del Brahman e prendere rifugio in Krishna o Narayana… Ci sono innumerevoli pianeti nella radiosità del Brahman chiamati Vaikuṇṭhaloka, e il Vaikuṇṭhaloka più levato è chiamato Goloka Vṛndāvana. Quindi, se avete la fortuna di trovare riparo in uno di questi pianeti allora siete eternamente felici, in una condizioni beata di conoscenza. In caso contrario, il semplice fondersi nello sfolgorio del Brahman non è molto sicuro perché noi vogliamo ānanda, e in un impersonale azzeramento non ci può essere ānanda. Ma poiché non hanno informazioni dei pianeti Vaikuṇṭha, i filosofi māyāvādī tornano ancora in questi pianeti materiali. Āruhya kṛcchreṇa paraṁ padaṁ tataḥ patanty adhaḥ (SB 10.2.32). Adhaḥ significa ‘in questo mondo materiale’. L’ho spiegato molte volte. Ci sono così tanti importanti sannyāsī che rinunciano a questo mondo materiale considerandolo mithyā, jagan mithyā; aderiscono al sannyāsa e poi di nuovo, dopo qualche giorno, tornano al servizio sociale, alla politica, perché non hanno potuto realizzare il Brahman. Dovuto a questo ‘ānanda’ devono prendere parte a queste attività materiali, perché noi vogliamo ānandamayo ‘bhyāsāt (Vedānta-sūtra 1.1.12). Quindi, se non c’è ānanda spirituale, siccome ci deve essere, loro devono giungere ad una qualità inferiore. Questo mondo materiale è la qualità inferiore. Aparā. Se non possiamo ottenere l’ānanda spirituale, o il piacere superiore, dobbiamo allora accettare questo piacere materiale. Perché noi vogliamo il piacere. Tutti sono alla ricerca del piacere.

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