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Dec 172016
 

Bhagavad-Gita 7.1 — Calcutta, 27 gennaio 1973

Se volete conoscere Krishna, Dio, con il procedimento speculativo non bastano un anno o due. panthās tu koṭi-śata-vatsara-sampragamyo vāyor athāpi (Bs 5.34). Con la speculazione mentale, oppure in aereo, andando alla velocità di vāyu, del vento, o anche andando alla velocità della mente per centinaia di migliaia di anni, non Lo si può raggiungere. Resta ancora avicintya, inconcepibile. Ma se si accetta il procedimento di questo kṛṣṇa-yoga, o bhakti-yoga, allora si può prendere consapevolezza di Krishna molto facilmente. Bhaktyā mām abhijānāti yāvān yaś cāsmi tattvataḥ (BG 18.55). Capire Krishna superficialmente non è sufficiente. Anche ciò è un bene, ma è necessario avere tattvataḥ, sapere chi è Krishna realmente. Questa conoscenza può essere raggiunta con questo bhaktya, questo kṛṣṇa-yoga. In caso contrario:
manuṣyāṇāṁ sahasreṣu
kaścid yatati siddhaye
yatatām api siddhānāṁ
kaścin māṁ vetti tattvataḥ
(BG 7.3)
Ci sono tanti esseri umani in tutto il mondo, per lo più sono come animali, senza cultura; perché, secondo la nostra cultura Vedica, a meno che non si aderisca all’istituzione del varṇa e āśrama, non si è un essere umano, non si viene considerati tali; perciò Krishna dice: manuṣyāṇāṁ sahasreṣu. Chi accetta questo varṇāśrama? Nessuno. C’è una situazione caotica. E in questa situazione caotica non si riesce a capire chi sia Dio, chi è Krishna; perciò Krishna dice: manuṣyāṇāṁ sahasreṣu, tra molte, molte migliaia e milioni di persone, solo uno accetta l’istituzione scientifica del varṇāśrama-dharma, inteso come ‘seguire rigorosamente’. Tra queste persone che seguono i principi vedici la maggior parte aderisce al karma-kāṇḍa, le cerimonie rituali. E tra molti milioni di persone che praticano le cerimonie rituali, solo uno progredisce nella conoscenza. Questi vengono chiamati jñānī, o filosofi speculativi. Non karmī, ma jñānī. E tra molti milioni di tali jñānī, solo uno diventa mukta, liberato: brahma-bhūtaḥ prasannātmā na śocati na kāṅkṣati (BG 18.54), questo è lo stadio liberato. E colui che è un’anima che ha realizzato il Brahman non ha nulla di cui lamentarsi o nulla da desiderare. Perché allo stadio del karmī abbiamo due malattie: desiderio e lamento. Smarrendo qualsiasi cosa si abbia ottenuto, ci si lamenta: “Oh, ho ottenuto questo e quello, ma ora è andato perduto!” E tutto ciò che non possediamo, lo desideriamo. Desideriamo possedere, e per quello siamo disposti a lavorare duramente. E quando lo si perde, torniamo a lamentarci e piangere; questo è lo stadio karmī. Ma allo stadio brahma-bhūtaḥ, lo stadio jñāna, non c’è più lamento o desiderio; prasannātmā: “Io sono. ahaṁ brahmāsmi. Cosa ho a che fare con questo corpo? Il mio impegno è quello di coltivare la conoscenza trascendentale, il brahma-jñāna”; e in questa fase: brahma-bhūtaḥ prasannātmā na śocati na kāṅkṣati samaḥ sarveṣu bhūteṣu (BG 18.54). Questa è la prova. Non si ha da lamentarsi, non si desidera, e si è equanimi verso tutti, paṇḍitāḥ sama-darśinaḥ.
vidyā-vinaya-sampanne
brāhmaṇe gavi hastini
śuni caiva śva-pāke ca
paṇḍitāḥ sama-darśinaḥ
(BG 5.18)
Non si fanno distinzioni. E quando uno è situato in tal modo: mad-bhaktiṁ labhate parām (BG 18.54), giunge al livello spirituale. E una volta giunti al livello spirituale: bhaktyā mām abhijānāti yāvān yaś cāsmi tattvataḥ (BG 18.55), ci si qualifica.

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