Aug 032016
 

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Lettura — Seattle, 27 settembre 1968

C’è qualche partecipante a questo incontro che può dire di non essere servo di qualcuno o qualcosa? Lo deve essere, perché questa è la sua posizione costituzionale. Ma la difficoltà è che servendo i nostri sensi, non c’è soluzione al problema, alle sofferenze. Posso soddisfare me stesso, forse per un po’, se prendo intossicanti, e sotto l’incantesimo di questa ebbrezza posso pensare:”Io non sono servo di nessuno. Io sono libero”, ma ciò è artificiale. Non appena l’allucinazione svanisce si ritorna al quel punto, di nuovo servo. Di nuovo servitore. Quindi questa è la nostra posizione. Ma perché c’è questa lotta? Sono costretto a servire, ma io non voglio servire. Qual è l’accomodamento? La regolazione è la coscienza di Krishna, se si diventa servitore di Krishna, allora la vostra aspirazione a diventare padrone e allo stesso tempo la vostra aspirazione di libertà, si ottengono immediatamente. Proprio come qui vedete un’immagine di Arjuna e Krishna. Krishna è il Signore Supremo. Arjuna è un’entità vivente, un essere vivente, un essere umano, ma ama Krishna come amico. E come scambio del suo amore amichevole, Krishna è diventato il suo guidatore, il suo servitore. Allo stesso modo, se ognuno di noi, si reintegra sul piano trascendentale dell’amore per Krishna allora la nostra aspirazione di dominio sarà esaudita. Ciò non si sa al momento, ma se si accetta di servire Krishna, poi gradualmente vedremo che Krishna ci si sta servendo. E’ questione di realizzazione. Ma se vogliamo uscire da questo servizio al mondo materiale, ai sensi, allora dobbiamo trasferire il nostro atteggiamento di servizio a Krishna. Questa si chiama coscienza di Krishna.
kāmādīnāṁ kati na katidhā pālitā durnideśās
teṣāṁ mayi na karuṇā jātā na trapā nopaśāntiḥ
sāmpratam aham labdha-buddhis
tvām āyātaḥ niyuṅkṣvātma-dāsye
Un devoto prega così Krishna: “Da quando, nella mia vita, ho servito i miei sensi…” kāmādīnām. kāma significa sensi, lussuria. “…anche quello che non avrei dovuto fare, tuttavia, per il comando del mio desiderio l’ho fatto.” Si deve fare, quando uno è schiavo o servo, si è costretti a fare qualcosa che non ci piace. Si è forzati. Qui un devoto ammette: “L’ho fatto dettato dal mio desiderio, qualcosa che non avrei dovuto fare, ma che ho fatto”. Va bene, l’avete fatto, state servendo i vostri sensi. D’accordo. Ma il problema è teṣāṁ karuṇā na jātā na trapā nopaśāntiḥ. “Ho servito così tanto, ma trovo che non sono soddisfatti. Essi non sono soddisfatti. Questa è la mia difficoltà. Né i sensi sono soddisfatti né io sono soddisfatto, i sensi non sono così gentili da darmi sollievo, mandarmi in pensione. Questa è la mia posizione”. Se avessi visto che, o meglio, se avessimo sentito che, “Ho servito per così tanti anni i miei sensi, e ora i miei sensi sono soddisfatti …” No. Non sono soddisfatti. Dettano ancora. Ancora dettare. “Sono molto …” Certo, è molto naturale, ma posso dire, qui, di alcuni dei miei studenti, che hanno detto della loro madre che sta per sposarsi in tarda età. Vedete. Lei ha figli adulti. E qualcuno si è lamentato che anche la propria nonna si è sposata. Perché? Lo si può vedere. A 75 anni, a cinquant’anni, i sensi sono ancora così forti, che ci dettano: “Sì, lo devi fare”.

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