Sep 232016
 

image

Srimad Bhagavatan 7.9.8 — Mayapur, 28 febbraio 1977

Prabhupāda: Prahlāda Mahārāja, una personalità così elevata, l’autorità, è così umile che dice: kiṁ toṣṭum arhati sa me harir ugra-jāteḥ, “Sono nato in una famiglia molto cruenta. Ho ereditato certamente la qualità di mio padre, della mia famiglia, una famiglia demoniaca. E persone come Brahmā e altri esseri celesti non hanno potuto soddisfare il Signore, cosa potrei fare io?” Un Vaiṣṇava pensa così. Prahlāda Mahārāja, anche se è trascendentale, nitya-siddha, sta pensando, sta identificando se stesso con la sua famiglia. Proprio come Haridāsa Ṭhākura. Haridāsa Ṭhākura non entrava nel tempio di Jagannātha. La stessa cosa, cinquecento anni fa; non ammettevano nessuno tranne gli hindu nel tempio di Jagannātha. La stessa cosa è ancora in corso. Ma Haridāsa Ṭhākura non è mai entrato con la forza. Pensava: “Sì, io sono persona di basso rango nata in una famiglia di bassa classe. Perché devo disturbare i pūjārī e altri che sono direttamente impegnati con Jagannātha? No, no.” Sanātana Gosvāmī non si avvicinava all’ingresso del tempio. Pensava tra sé: “Toccandomi i pūjārī saranno impuri. Meglio che io non vada”. Ma Jagannātha stesso andava a trovarlo tutti i giorni. Questa è la posizione del devoto. Il devoto è molto umile; ma per dimostrare le qualità dei devoti, il Signore si prende cura di loro. Kaunteya pratijānīhi na me bhaktaḥ praṇaśyati (BG 9.31).
Quindi dovremmo sempre contare sulla promessa di Krishna. In qualsiasi caso, in qualsiasi situazione pericolosa, Krishna… avaśya rakṣibe kṛṣṇa viśvāsa pālana (Śaraṇāgati). Questa è la resa. Arrendersi significa… Uno degli argomenti è la piena fiducia in Krishna: “Nell’esecuzione del mio servizio devozionale ci possono essere tanti pericoli, ma siccome ho preso rifugio ai piedi di loto di Krishna, sono al sicuro.” Questa fede in Krishna.
samāśritā ye pada-pallava-plavaṁ
mahat-padaṁ puṇya-yaśo murāreḥ
bhavāmbudhir vatsa-padaṁ paraṁ padaṁ
padaṁ padaṁ yad vipadāṁ na teṣām
(SB 10.14.58)
padaṁ padaṁ yad vipadāṁ na teṣām. vipadam significa “situazione pericolosa”. padaṁ padaṁ, ad ogni passo in questo mondo materiale, na tesam, non per il devoto. padaṁ padaṁ yad vipadāṁ na teṣām. Questo è lo Śrīmad-Bhāgavatam. Così eccelso anche dal punto di vista letterario. Prahlāda Mahārāja è proprio come Kavirāja Gosvāmī. Scrivendo la Caitanya-caritāmṛta, e presentando se stesso, dice:
purīṣera kīṭa haite muñi se laghiṣṭha
jagāi mādhāi haite muñi se pāpiṣṭha
mora nāma yei laya tāra puṇya kṣaya
(CC Adi 5.205)
In questo modo. L’autore della Caitanya-caritāmṛta propone se stesso come “Più insignificante di un verme negli escrementi”. Purīṣera kīṭa haite muñi se laghiṣṭha. E nella Caitanya-līlā, Jagāi-Mādhāi; due fratelli supposti essere i più peccaminosi. Ma anche loro furono liberati. Kavirāja Gosvāmī dice: “Io sono più peccatore di Jagāi-Mādhāi.”
jagāi madhāi haite muñi se pāpiṣṭha
mora nāma yei laya tāra puṇya kṣaya
(CC Adi 5.205)
“Sono così degradato che se qualcuno dice il mio nome, qualsiasi attività pia ci sia è persa”. Si presenta in questo modo. E Sanātana Gosvāmī, presentando se stesso: nīca jāti nīca karma nīca saṅga… Loro non sono artificiali. Un Vaiṣṇava pensa davvero così. Questo è il Vaiṣṇava. Non è mai orgoglioso. E la controparte invece: «Oh, ho ottenuto questo. Io ho quello. Chi è uguale a me? Sono così ricco. Sono così questo e quello…” Questa è la differenza. Quindi dobbiamo imparare questo tṛṇād api sunīcena taror api sahiṣṇunā e seguire le orme di Prahlāda Mahārāja. Allora saremo accettati sicuramente da Nṛsiṁha-deva, Krishna, senza dubbio.
Molte grazie.

This post has already been read 52 times

Sorry, the comment form is closed at this time.