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Nov 232016
 

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Los Angeles, 30 dicembre 1968

Giornalista: Avete frequentato l’istituto per un certo periodo di tempo?
Prabhupada: Non esiste un periodo determinato. Sono stato abituato da mio padre; seguiva questo ideale.
Giornalista: Oh, vostro padre.
Prabhupāda: Oh, sì. Mio padre mi ha abituato fin dall’infanzia, sì. E poi ho incontrato il mio maestro spirituale nel 1922 e sono stato iniziato. Nel complesso c’era un riferimento di fondo perché, come ho detto, l’80, 90% delle persone sono coscienti di Krishna per tradizione di famiglia. Percui siamo stati abituati fin dall’inizio della nostra vita. Ufficialmente ho accettato il mio maestro spirituale nel 1933. Fino ad allora ho avuto qualche rifermento, e da quando lo incontrai ho sviluppato questa idea.
Giornalista: Vedo, vedo. Quindi avete, in un certo senso, diffuso questa parola dal 1933 per conto vostro.
Prabhupāda: No. La sto diffondendo come missionario praticamente dal ’59.
Giornalista: ’59, vedo. E cosa facevate prima?
Prabhupāda: Ero un capofamiglia. Facevo affari coi medicinali. In precedenza sono stato manager in una grande azienda chimica. Ma coltivavo queste conoscenze anche se ero capofamiglia. Ho pubblicato la Rivista ‘Back to Godhead’. In India. Iniziai nel 1947 per ordine del mio maestro spirituale. Tutto quello che guadagnavo lo spendevo. Sì, non ottenevo alcun ritorno, ma distribuivo. E’ stata la mia occupazione per molto tempo. Ma in realtà sto facendo questo lavoro dal 1959, dopo aver lasciato ogni contatto con la mia famiglia, .
Giornalista: Avete figli?
Prabhupāda: Oh sì, ho cresciuto dei ragazzi.
Giornalista: Li avete lasciati?
Prabhupāda: Sì. Io avuto moglie, nipoti, tutto, ma non ho alcun legame con loro. Stanno facendo la loro strada e mia moglie è affidata ai ragazzi più grandi.
Giornalista: Trovo una certa difficolà ad assimilare il vostro lasciare la famiglia e poi solamente una sorta di: “Arrivederci.”
Prabhupāda: Sì, sì, è la regola Vedica. Tutti dovrebbero rinunciare al legame familiare a una certa età, dopo i 50 anni. Non si deve rimanere nella vita familiare, questa è l cultura vedica. Non si rimane in famigla fino alla morte; no, non è buono.
Giornalista: Può spiegarlo?
Prabhupāda: Innanzi tutto un ragazzo viene educato come brahmacārī, ossia vita spirituale, così gli si sconsiglia di entrare nella vita di famiglia. Ma se non è in grado di controllare la sua vita sessuale, gli viene consentito; “Va bene. Sposati”. Poi si rimane nella vita familiare. Percui si sposa all’età di 24, 25 anni, lasciandogli godere la vita sessuale; nel frattempo ha dei figli cresciuti. Così all’età di 50 anni, marito e moglie si allontanano da casa e viaggiano per tutti i luoghi di pellegrinaggio proprio per distaccarsi dai loro affetti familiari. In questo modo, quando l’uomo è un po’ più avanzato, chiede alla moglie: “Vai e curati della famiglia; e i tuoi figli, ormai cresciuti, si prenderanno cura di te. Io prenderò sannyāsa.” Così rimane solo e predica la conoscenza che ha acquisito. Questa è la civiltà Vedica. Non che un uomo debba rimanere nella vita familiare dalla nascita alla morte. No. Anche nel buddismo c’è il principio regolativo obbligatorio che un buddhista deve diventare un sannyāsī per almeno dieci anni, perché l’idea complessiva è raggiungere la perfezione spirituale. Se rimane gravato della sua vita familiare non può fare alcun progresso spirituale, ma se anche l’intera famiglia è cosciente di Krishna, allora è utile. Ma questo è molto raro. Perché il marito può essere cosciente di Krishna, e la moglie potrebbe non esserlo. Ma la cultura era così adeguata che tutti rimanevano coscienti di Krishna.

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