May 182017
 

Bhagavad Gita 6.1-4 — New York, 2 settembre 1966

Qui si dice śrī-bhagavān uvāca, sta parlando il Signore Supremo. Sta parlando significa che sta parlando con piena conoscenza. La Sua conoscenza non ha alcun difetto. La nostra conoscenza ha tani, tanti difetti.: commettiamo errori, veniamo illusi, a diciamo una qualcosa e nel nostro cuore c’è qualcos’altro, ciò significa che imbrogliamo. E la nostra esperienza è imperfetta perché i nostri sensi sono imperfetti. Perciò io non posso dire niente a voi. Se mi chiedete: “Swamiji, allora di che cosa stai parlando?” Dico semplicemente quello che il Signore Supremo ha detto, sto solo ripetendo le stesse parole. Questo è tutto. Non pensiate che stia parlando io. Io sono semplicemente uno strumento. Chi parla veramente è la Persona Suprema, che è all’esterno e all’interno. E che cosa dice? Dice, anāśritam.
anāśritaḥ karma-phalaṁ
kāryaṁ karma karoti yaḥ
sa sannyāsī ca yogī ca
na niragnir na cākriyaḥ
(BG 6.1)
Anāśritaḥ. Anāśritaḥ significa senza alcun rifugio. Karma-phalam, tutti lavorano aspettandosi un qualche risultato. Qualunque lavoro facciate, vi aspettate dei risultati. Qui Bhagavān dice, il Signore Supremo dice: “Chiunque lavori senza confidare nel risultato…” Si lavora, ma se non ci si aspetta alcun risultato, allora per cosa si lavora? Supponiamo che io chieda a qualcuno di lavorare in questo modo. Poi si aspetta qualcosa, qualche risultato, qualche compenso, un riconoscimento, o uno stipendio. Questo è il modo di lavorare qui. Ma Krishna prescrive: anāśritaḥ karma phalam, “Uno che lavora senza alcuna aspettativa di risultato o ricompensa.” Allora perché lavora? Kāryam: “È mio dovere.” Non per un risultato, ma come dovere. “Io ho il dovere di fare questo.” Kāryaṁ karma karoti yaḥ. Se qualcuno lavora in tal modo, sa sannyāsī: egli è in realtà nell’ordine di rinuncia.
Ci sono quattro fasi della vita in base alla cultura Vedica. Ve l’ho spiegato molte volte: brahmacārī, gṛhastha, vānaprastha e sannyāsī. Brahmacārī significa vita studentesca, essere formati alla comprensione spirituale, totalmente preparati alla coscienza di Krishna. Questa è la definizione di brahmacārī. Poi, dopo la completa formazione, accetta una moglie, si sposa, e vive con la famiglia e i bambini. Ciò viene definito gṛhastha. Poi, dopo i cinquanta anni, lascia i figli soli e va via di casa accompagnato da sua moglie, viaggiando per i luoghi santi. Ciò si chiama vānaprastha, vita ritirata. E alla fine lascia sua moglie alla cura dei suoi figli ormai adulti, e rimane solo. E questo si chiama sannyāsa, vita nell’ordine di rinuncia. Quindi, nella vita ci sono questi quattro ordini.
Ora, Krishna dice che la semplice rinuncia non è tutto. La semplicemente rinuncia non è tutto, ci deve essere qualche dovere. Kāryam. Kāryam significa “E’ mio dovere.” E qual è questo dovere? Ha rinunciato alla vita familiare, non ha più preoccupazione di come mantenere la moglie e i figli. Allora qual è il suo dovere? Tale dovere è un dovere di grande responsabilità: lavorare per Krishna. Kāryam. Kāryam significa che è il dovere reale. Ci sono due tipi di obblighi nella nostra vita. Un obbligo è servire l’illusione, e l’altro obbligo è quello di servire la realtà. Quando servite la realtà viene definito vero sannyāsa; e quando serviamo l’illusione, si chiama māyā. Ora, sia per servire la realtà che per servire l’illusione, sono in una posizione tale che devo servire. La mia posizione non è quella di diventare il padrone ma diventare il servitore. Quella è la mia costituzione.

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