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Dec 262016
 

Bhagavad-Gita 2.28 — Londra, 30 agosto 1973

Devoto: Traduzione (BG 2.28): “Tutti gli esseri creati sono in origine non manifestati, si manifestano nello loro stato transitorio e una volta dissolti tornano a essere non manifestati. A che serve dunque lamentarsi?”
Prabhupāda: Allora l’anima è eterna. Quindi non c’è nessun motivo per lamentarsi, perché l’anima rimarrà. Anche se il corpo viene distrutto, non vi è alcun motivo di lamento. E quelli che non credono che ci sia l’anima, che in principio tutto era nulla, che all’inizio c’era il vuoto e nella fase intermedia si manifesta per poi di nuovo essere vuoto -quindi: dal vuoto al vuoto- perché lamentarsi? Questo è l’argomento che riporta Krishna: n entrambi i modi non ci si può lamentare.
Pradyumna: (spiegazione) “Anche se, per ipotesi, ammettiamo la teoria atea, non vi è comunque alcun motivo di lamento. A parte l’esistenza separata dall’anima, gli elementi materiali rimangono non manifesti prima della creazione, da questo stato sottile di non-manifestazione viene la manifestazione. Come dall’etere viene generata l’aria; dall’aria viene generato il fuoco; dal fuoco viene generata l’acqua; e dall’acqua, la terra diventa manifesta. Dalla terra, molte varietà si manifestano…”
Prabhupāda: Questo è il processo della creazione. Dall’etere, poi il cielo, poi l’aria, poi il fuoco, poi l’acqua, poi la terra. Questo è il processo della creazione.
Pradyumna: “Prendiamo ad esempio un grande grattacielo, manifestato dalla terra. Quando viene demolito, la manifestazione torna non manifestata e rimane come atomi allo stato ultimo. Per la legge di conservazione dell’energia esso rimane, ma nel corso del tempo le cose si manifestano e non si manifestano. Questa è la differenza. Che ragione c’è per lamentarsi quindi, sia nella fase della manifestazione che nello stato non manifesto? In un modo o nell’altro, anche nella fase non-manifesta le cose non vengono perse. Sia all’inizio che alla fine tutti gli elementi rimangono allo stato non manifesto, solo nella fase intermedia esistono allo stato manifesto, e questo non fa alcuna differenza materiale. E se accettiamo la conclusione dei Veda come dichiarato nella Bhagavad-gītā (2.18): antavanta ime dehāḥ, che questi corpi materiali si deperiranno a causa del tempo, nityasyoktāḥ śarīriṇaḥ, ma che l’anima è eterna, allora dobbiamo ricordare sempre che il corpo è come un abito. Quindi perché lamentarsi del cambio di un vestito? Il corpo materiale non ha esistenza di fatto in relazione con l’anima eterna. Si tratta di qualcosa di simile a un sogno. In un sogno possiamo pensare di volare nel cielo o stare seduti sul carro come un re, ma quando ci svegliamo possiamo vedere che non siamo né in cielo né seduti sul carro. La saggezza Vedica incoraggia la realizzazione del sé e il cpncetto base della non esistenza del corpo materiale. Pertanto, in entrambi i casi, sia che uno creda nell’esistenza dell’anima o non creda nell’esistenza dell’anima, non vi è alcun motivo di lamento per la perdita del corpo”.

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