Dec 172016
 

Bhagavad-Gita 1.30 — Londra, 23 luglio 1973

Ci sono due tipi di māyāvādī: gli impersonalisti e i vuotisti. Sono tutti māyāvādī. La loro filosofia va ancora bene perché un uomo stolto non può comprendere più di questo. Uno sciocco, qualora venga a conoscenza che c’è una vita migliore nel mondo spirituale diventando servitore di Dio, Krishna, pensa: “Sono diventato servitore di questo mondo materiale e ho sofferto così tanto. Ancora servitore di Krishna?” Loro rabbrividiscono: “No, no. Non va bene. Questo non va bene.” Appena sentono di servire pensano a questo servizio, questo servizio insensato. Non possono pensare che vi sia un servizio che sia semplicemente ānanda in cui uno è ancora più desideroso di servire Krishna. E questo è il mondo spirituale, ma non riescono a capirlo. Questi nirviśeṣavādī, impersonalisti, pensano così. Proprio come un uomo malato steso a letto a cui viene detto: “Quando sarai guarito sarai in grado di mangiare bene, sarai in grado di camminare”; egli pensa: “Di nuovo a camminare? Ancora mangiare?” Perché si è abituato a ingerire medicine amare e sāgudānā, non molto appetitose, e tante altre cose, come urinare e defecare a letto. Non appena viene informato che dopo essere stato curato potrà anche defecare, urinare e mangiare cose appetitose, egli non capisce e pensa sia ancora qualcosa di simile. Così gli impersonalisti māyāvādī; essi non riescono a capire che servire Krishna è semplicemente piacere e beatitudine. Essi non possono capire. Perciò diventano impersonalisti. —”No. La Verità Assoluta non può essere una persona.” Questo è un altro aspetto della filosofia del Buddha: ‘impersonale significa zero e anche questo è zero’. La filosofia buddhista considera il fine ultimo ‘zero’, e così anche questi māyāvādī riguardo all’obiettivo finale. na te viduḥ svārtha-gatiṁ hi viṣṇum (SB 7.5.31). Non capiscono che c’è una vita di beatitudine servendo Krishna. Pertanto Arjuna, che qui sta interpretando il ruolo di uomo comune, dice a Krishna: “Tu vuoi che io combatta per diventare felice, per ottenere il regno. Ma come? Uccidendo i miei uomini? Oh, nimittāni viparītāni, Tu mi stai fuorviando.” nimittāni ca paśyāmi viparītāni (BG 1.30). “Io non sarò felice uccidendo i miei uomini. Questo non è possibile. Perché mi induci a farlo?” Percui dice: nimittāni ca viparītāni paśyāmi, “No no”, na ca śaknomy avasthātum, “Non posso stare qui. Torno. Riporta indietro il mio carro. Non resterò qui.” na ca śaknomy avasthātuṁ bhramatīva ca me manaḥ (BG 1.30). “Sono disorientato. Sono perplesso.”
Quindi questa è la situazione nel mondo materiale. Abbiamo sempre problemi, rimaniamo perplessi, e quando si propone qualcosa di meglio alla persona materialista, come: “Accetta la coscienza di Krishna, sarai felice”, lui invece ‘nimittāni viparītāni’, si oppone. —”Come può questa coscienza di Krishna farmi felice? La mia famiglia è in difficoltà”, oppure, “Ho così tanti problemi. Come potrà aiutarmi questa coscienza di Krishna?” nimittāni ca viparītāni. Così è la vita materiale condizionata. Pertanto è richiesto un po’ di tempo per capire. Questa è la Bhagavad-gītā. Lo stesso Arjuna ora sta considerando nimittāni ca viparītāni. Quando capirà la Bhagavad-gītā dirà: “Sì Krishna, quello che stai dicendo è giusto. È giusto.” E dopo aver istruito Arjuna, Krishna gli chiederà: “Ora che cosa vuoi fare?” Perché Krishna non forza, Krishna dice: “Arrenditi a Me”. Lui non forza dicendo: “Devi sottometterti. Io sono Dio. Tu sei Mia parte integrante.” No, non dirà mai questo. Perché Egli vi ha dato un po’ di indipendenza, e non ve la toccherà. In caso contrario, qual è la differenza tra una pietra e un essere vivente? Un essere vivente deve avere l’indipendenza, anche se molto poca, minuscola. Quella Krishna non ve la tocca. Non la toccherà mai. Dovrete essere d’accordo voi, dicendo: “Sì, Krishna, mi abbandono a Te. Sì. Questo è per il mio beneficio.” Questa è coscienza di Krishna. È necessario accettare volontariamente, non banalmente, in modo meccanico. “Il maestro spirituale dice che così va bene. D’accordo facciamo così.” No. Dovete capire molto bene. Teṣāṁ satata-yuktānāṁ bhajatāṁ prīti-pūrvakam (BG 10.10). Prīti, con amore. Quando si lavora, quando lavorate per Krishna con amore ed entusiasmo, questa è la vostra vita cosciente di Krishna. Se pensate: “È banale, è fastidioso, ma cosa ci posso fare? Queste persone mi chiedono di farlo. Devo farlo”, questa non è coscienza di Krishna. Devi farlo volontariamente e con grande piacere. Così capisci. utsāhān niścayād dhairyāt tat-tat-karma-pravartanāt sato vṛtteḥ sādhu-saṅge ṣaḍbhir bhaktiḥ prasidhyati. Lo troverete nella nostra Upadeśāmṛta (NOI 3). Si dovrebbe essere sempre entusiasti, utsāhāt. Dhairyāt, con pazienza. Tat-tat-karma-pravartanāt. Niścayāt; niścayāt significa con fiducia: “Se mi impegno per gli interessi di Krishna, nelle attività per Krishna, Krishna sicuramente mi riprenderà a casa, da Lui.” Niścayāt. E Krishna dice: man-manā bhava mad-bhakto mad-yājī māṁ namaskuru (BG 18.65), “Ti riprenderò indietro.” Viene affermato. Krishna non è un bugiardo per il Quale dobbiamo lavorare con entusiasmo, non è viparītāni. Ciò sarà accettato da Arjuna alla fine quando Krishna gli chiederà: “Mio caro Arjuna, ora qual è la tua decisione?” E Arjuna dirà: “Sì”, tvat prasādāt keśava naṣṭa-mohaḥ (BG 18.73): “Ogni mia illusione è sparita.” È tutto.
Molte grazie, Hare Krishna.

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