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Bhagavad-Gita 2.19 — Londra, 25 agosto 1973

Poiché Krishna è sac-cid-ānanda-vigrahaḥ (Bs. 5.1), la Sua forma è trascendentale, eterna, piena di conoscenza e piena di beatitudine, allo stesso modo anche noi, sebbene particelle, abbiamo le stesse qualità. Perciò è detto, na jāyate. In questa civiltà di mascalzoni questo problema non lo possono capire. Io sono eterno, e sono stato messo in questa condizione di nascita e morte. Nessun mascalzone lo capisce. I cosiddetti filosofi e scienziati, tutti loro quindi , sono mascalzoni e sciocchi. Rifiutateli. Rifiutateli immediatamente. Questo lavorare sodo è lo stesso di nūnaṁ pramattaḥ kurute vikarma (SB 5.5.4): Proprio come il lavoro di un pazzo. Qual è il valore del lavoro di pazzo? Se si è occupati giorno e notte, molto occupati, che cosa siete quindi, signori? Siete dei pazzi. Avete il cervello in frantumi, impazzito. Qual è quindi il valore del vostro lavoro? Ma questo è ciò che sta accadendo. Perciò immaginate quanto sia importante il Movimento per la Coscienza di Krishna. Si tratta della migliore attività di assistenza sociale per la società umana. Gli altri sono tutti sciocchi e mascalzoni e non hanno alcuna conoscenza; sono ignari della loro posizione costituzionale e lavorano inutilmente giorno e notte. Perciò sono stati definiti mūḍha. mūḍha significa asino. L’asino lavora giorno e notte per il lavandaio per un po’ d’erba. L’erba è disponibile ovunque; tuttavia lui pensa che, se non lavora duramente per il lavandaio, non avrà quell’erba. Questa è la definizione di asino. Pertanto, quando si diventa intelligenti, dopo aver coltivato la conoscenza… Uno diventa intelligente prima o poi. Prima di tutto brahmacārī. Poi, se non può rimanere un brahmacārī, va bene prendere una moglie; gṛhastha. Quindi abbandonare, vānaprastha, e poi prendere sannyāsa. Questo è il procedimento. I mūḍha lavoreranno giorno e notte per il piacere dei sensi. Quindi a un certo periodo della vita quella stupidità dovrebbe essere abbandonata e accettare il sannyāsa. Basta, finito. Questo è il sannyāsa. Questo periodo della vita dovrebbe essere completamente per il servizio a Krishna. Questo è il vero sannyāsa. anāśritaḥ karma-phalaṁ kāryaṁ karma karoti yaḥ (BG 6.1). E’ mio dovere servire Krishna, sono Suo eterno servitore; kāryam, devo farlo, devo servire Krishna. Questa è la mia collocazione. Questo è sannyāsa. anāśritaḥ karma-phalaṁ kāryam karma karoti yaḥ. I karmī si aspettano qualche buon risultato per la gratificazione dei sensi: questo è il karmī. I sannyāsī invece lavorano molto duramente anche loro, ma non per il piacere dei sensi: per la soddisfazione di Krishna. Questi sono il sannyāsī e il karmī. Anche il karmī lavora molto duramente, sempre più duramente, ma tutto questo per āmiṣa-madya-sevā (SB 11.5.11). āmiṣa-madya-sevā, vyavāya: solo per la vita sessuale, il mangiare carne, e l’intossicazione. E un devoto lavora allo stesso modo, duramente, ma per la soddisfazione di Krishna. Questa è la differenza. Con una vita da devoto come quella, senza più gratificazione dei sensi, solo per Krishna, allora si arriva a quella condizione di ‘na jāyate’, mai più morte, mai più nascita. Perché la vostra condizione è na jayate. Questa è la vostra condizione reale. Ma poiché siete nell’ignoranza, pramattaḥ, siete diventati matti; siete diventati pazzi e perciò avete acconsentito a questo procedimento della gratificazione dei sensi percui siete intrapolati in un corpo materiale. E il corpo cambia. Questo viene chiamato nascita e morte.

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