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Aug 292016
 

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Bhagavad-Gita 1.31 — Londra, 24 luglio 1973

catur-vidhā bhajante māṁ sukṛtina. sukṛtina significa ‘pio’. kṛtī significa ‘molto esperto ad agire nelle attività mondane’. Quindi uno che è impegnato in attività virtuose, è chiamato sukṛtī. Ci sono due tipi di attività: attività empie, peccaminose e attività pie. Così, uno che va a pregare in chiesa o nel tempio: “O Dio, dacci il nostro pane quotidiano”; oppure: “Dio, dammi un po’ di denaro”, o “Dio, dammi sollievo da questa sofferenza”; anche loro sono pii. Non sono empi. La gente empia non si arrenderà mai a Dio, Krishna. na māṁ duṣkṛtino mūḍhāḥ, prapadyante narādhamāḥ (BG 7.15). Questa classe di uomini, peccatori, mascalzoni, i più bassi del genere umano, coloro la cui conoscenza è stata portato via da māyā, e i demoni, queste classi di uomini non potranno mai arrendersi a Dio. Quindi sono duṣkṛtina, empi. Arjuna è pio, ma vuole il bene della famiglia. Questo è il suo difetto. La prosperità della famiglia. Vuole essere felice nella società, nell’amicizia e nell’amore. Perciò dice: na kāṅkṣe vijayam. Questo si chiama vairāgya. śmaśāna-vairāgya. Si chiama śmaśāna-vairagya. ‘śmaśāna-vairāgya’ si riferisce agli Hindu che, in India, bruciano il cadavere. Quindi i parenti prendono il corpo morto per bruciarlo al ghāṭa della cremazione; e quando il corpo è bruciato, tutti i presenti, per quel momento, diventano un poco rinunciati: “Oh, questo è il corpo. Lavoriamo per questo corpo, e ora è tutto finito. Si è ridotto in cenere. Quindi qual è il vantaggio?” C’è questo tipo di vairāgya, di rinuncia. Ma non appena lasciano il ghāṭa della cremazione, si ricomincia con le proprie attività. Nello śmaśāna, nel ghāṭa crematorio, diventano rinunciati. E non appena tornano a casa, ritornano vigorosi; come guadagnare, come fare soldi, come fare soldi, come fare soldi. Quindi questo tipo di vairāgya è chiamato śmaśāna-vairāgya, temporaneo. Non può diventare vairāgī (Ajuna). E disse: na kāṅkṣe vijayam: (BG 1.31) “Io non voglio la vittoria. Non è questo che voglio”. Questo è il sentimento temporaneo. Sentimento temporaneo. Queste persone sono attaccate alla vita familiare. Possono anche dire: “Non voglio questa felicità, non voglio questa buona condizione, la vittoria. Non le voglio”. Ma vogliono tutto. Si vuole tutto. Perché non sa cosa è śreyas. śreyas è Krishna. In realtà, quando uno ha Krishna, o la coscienza di Krishna, allora può dire: “Io non voglio ciò”. Quando, a torto, dicono: “Non voglio una cosa”. Che cosa hanno? Supponiamo che io abbia un regno. Quindi questo è forse il mio regno? No. Questo è il regno di Krishna. Perché Krishna dice: bhoktāraṁ yajña-tapasāṁ sarva-loka-maheśvaram (BG 5.29). Lui è il proprietario. Io posso essere il Suo rappresentante. Krishna vuole che tutti diventino coscienti di Krishna.
Quindi il dovere del re, come rappresentante di Krishna, è rendere ogni cittadino cosciente di Krishna. Allora sta compiendo il giusto dovere. E siccome i sovrani non lo fanno, quindi ora la monarchia è abolita ovunque. Quindi ancora i monarchi; ovunque ci sia una monarchia, piccola, o almeno una parvenza di monarchia… proprio come c’è qui in Inghilterra; in realtà se il monarca diventa cosciente di Krishna, se diventa realmente rappresentante di Krsna, allora tutta la faccia del regno cambierà. Questo è richiesto. Il nostro Movimento per la Coscienza di Krishna è a tale scopo. Noi non apprezziamo molto questa cosiddetta democrazia. Qual è il valore di questa democrazia? Tutti sciocchi e mascalzoni. Essi votano un altro stupido e mascalzone, e lui diventa primo ministro, o questo o quello. Proprio come in tanti casi. Questo non è un bene per il popolo. Noi non siamo per questa cosiddetta democrazia, perché non sono addestrati. Se il re fosse preparato…Questo era il sistema della monarchia. Proprio come Yudhiṣṭhira Mahārāja o Arjuna o chiunque. Tutti i re. Rājarṣi. Erano chiamati Rājarṣi.
imaṁ vivasvate yogaṁ
proktavān aham avyayam
vivasvān manave prāha
manur ikṣvākave ‘bravīt
(BG 4.1)
evaṁ paramparā-prāptam imaṁ rājarṣayo viduḥ (BG 4.2). rājarṣayaḥ. ‘rāja’, re, significa che non è solo il re. Lui è un grande ‘ṛṣi’, una persona santa, proprio come Mahārāja Yudhiṣṭhira o Arjuna. Sono persone sante. Essi non sono questi re ordinari ubriaconi, che: “Ho così tanti soldi. Permettetemi di bere e lasciate che le prostitute ballino”. Non così. Loro erano ṛṣi. Benché fossero re, erano ṛṣi. Ci vuole questo tipo di re, rājarṣi. Allora il popolo sarà felice. C’è un proverbio in bengali: rājara pāpe rāja naṣṭa gṛhiṇī doṣe gṛhastha bhraṣṭa. Nella vita di gṛhastha, nella vita di famiglia, se la moglie non è buona, allora nessuno sarà felice in quella casa, in quella vita da gṛhastha, di famiglia. Allo stesso modo, in un regno, se il re è empio, allora ogni cosa, ognuno, soffrirà. Questo è il problema.

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